Stefania Berbenni
Panorama
È il film dell'anno, perché a riproporre un mito del cinema sarà Peter Jackson, regista di Il Signore degli Anelli. Che ha pensato tutto in grande, non soltanto il preistorico gorilla.
Si dice che il suo inventore, lo scrittore Edgar Wallace, morì poco più che cinquantenne dopo aver preso freddo su un balcone con l'amante di turno. Wallace era un bulimico del sesso, conosceva i fondali dell'animalità: King Kong gli uscì dalla penna senza fatica. Lo scrisse già pensando al cinema: era una sceneggiatura. Recuperava il mito antico della Bella e la Bestia, sperimentato sul campo con segretarie, giovani intervistatrici, cameriere (le sue belle). Consegnò lo script alla Rko, feconda casa di produzione di Howard Hughes (ora celebrato da Martin Scorsese in Aviator). Era il 1931, l'anno dopo Wallace si congedò da Hollywood e dalla vita, senza sapere di aver regalato alla storia del cinema una creatura mostruosa, ma per prolificità e inossidabilità (quasi una decina i titoli, fra sequel e rifacimenti).
Nel 2005 il gorilla preistorico sarà il testimonial inconsapevole di tutto ciò che è futuro, tecnologia, pixel, computer, perché è finito nelle mani cicciose di Peter Jackson, autore di Il Signore degli Anelli. Il che significa, milioni di devoti del regista neozelandese in attesa del gigantesco primate come di un messia cinematografico con molto da dire, soprattutto in effetti speciali.
Ai fan di Jackson si aggiungono i cultori (tantissimi) dell'originale, il film di Merian Cooper ed Ernest Schoedsack tratto da Wallace, anno 1933: un capolavoro. A favore di King Kong gioca anche l'attuale contesto sociopolitico, che risucchia nel villaggio globale di oggi la preistorica Isola del teschio dove si consuma la prima parte della storia: natura contro civiltà, istinto e razionalità, paura del diverso e omologazione, intolleranza, ferocia della spettacolarizzazione. E per finire, romanticismo della bestia (in senso lato) contro freddezza umana.
Manca un anno all'uscita del film (Natale 2005), Jackson lo sta girando in terra neozelandese dove ha impiantato il più avanzato laboratorio di effetti speciali, la Weta Workshop, lo stesso da cui uscirono i tre capitoli di Il Signore degli Anelli. Intanto King Kong sta avanzando a grandi passi verso l'Oscar 2006 se fanno testo le prime immagini del set (in anteprima mondiale in questo servizio), il cast, i dollari investiti (150 milioni) e, di nuovo, la penna di Edgar Wallace.
«Il mio King Kong è filologico. Fedele cioè a quello del '33» anticipa Peter Jackson. Quando aveva nove anni vide il film di Cooper-Schoedsack, si innamorò contemporaneamente della Bella, l'attrice Fay Wray, e del fare cinema. La mitologia del personaggio-Jackson narra che rubò una cinepresa Super8 ai genitori per farsi le ossa da regista. A 17 anni, con i risparmi, si comprò una 16 mm per i primi cortometraggi. Giovane, si infilava una pelliccia da gorilla per spaventare gli automobilisti del parco di Wellington. Trentacinquenne, nel '96, tentò di girare King Kong ma la Universal gli bloccò il progetto perché erano andati male Godzilla e Il grande Joe.
Si immerse allora nella trilogia di J.R.R. Tolkien, 12 ore di fantasy puro, costato 310 milioni di dollari e finito con un incasso di 3 miliardi. Risultato che ha fatto girare il vento a favore del progetto King Kong: la Uip si è precipitata a dare un anticipo di 20 milioni di dollari e firmare un contratto che prevede il 20 per cento degli incassi nelle tasche del regista. La spesa finale si aggira intorno ai 150 milioni di dollari, sempre che Jackson non esageri con i deliri creativi. Che già sono parecchi.
«Siccome gran parte del film si svolge a New York, ma le riprese e tutti i set sono qui in Nuova Zelanda, abbiamo pensato di trasferire New York da noi piuttosto che andare noi laggiù» spiega il regista. «È stato un lavoro molto complesso» dice Grant Major, il production designer, «perché abbiamo dovuto ricreare al computer non la New York di oggi, ma quella del 1933, dopo avere studiato migliaia di foto e libri. Successivamente, abbiamo costruito una New York in miniatura, un supermodellino in scala e alcuni luoghi come la Fifth avenue e l'Empire state building».
King Kong sposterà di nuovo il confine mobile degli effetti speciali. È figlio di Il Signore degli Anelli, ma è ancora più sofisticato. La postproduzione sarà quasi più importante del recitato. Anticipa Jackson: «Noi realizziamo, in scala 1 a 20, plastici tridimensionali, che riprendiamo con speciali telecamere montate su bracci meccanici. L'effetto finale è di totale realismo: siamo nella giungla, o a New York senza esserci mai andati». Un lavoro di copia e incolla a base di pixer: «Col computer uniamo le riprese fatte dal vivo a quelle realizzate con i modelli in miniatura. Gli attori recitano sullo sfondo di un telone blu, il blue-screen su cui sono stati apposti centinaia di sensori: in questo modo i loro movimenti sono memorizzati al computer. In una seconda fase della lavorazione, si fondono le immagini».
Anche l'attore Andy Serkis è stato tappezzato di sensori: Jackson gli ha chiesto di muoversi su un fondale neutro, di arrabbiarsi, sbraitare, aggredire. Perché Serkis, dopo essere stato lo schizofrenico Gollum in Il Signore degli Anelli, è King Kong in carne e ossa. Correggiamo: è l'umano da trasformare in gorilla al computer coprendolo di pelliccia, cambiandone le misure, enfatizzando le espressioni. La squadra di Jackson, la stessa della Trilogia, lavorerà sui movimenti di Serkis, che è stato in Ruanda per studiare il comportamento dei gorilla.
Per il film del 33 erano stati realizzati tre modelli diversi soprattutto nella lunghezza delle braccia, mossi a mano, con certosina pazienza, dal suo creatore Willis O'Brien e dall'artigiano e scultore messicano Marcel Delgado. Per animare la sequenza in cui Kong affronta lo pteranodonte occorsero sette settimane di lavoro.
Inutile tentare una previsione sui tempi di lavorazione del nuovo King Kong: Jackson è un perfezionista, questo è «il sogno della mia vita. Ho sempre amato quel mostruoso bestione».
Un amore incosciente, pazzo, incondizionato. Se così non fosse, dove avrebbe trovato il coraggio di sfidare a distanza il film di Cooper-Schoedsack, da sempre oggetto di culto cinematografico? Come rifare Casablanca o Via col vento... Jackson si è «regalato» King Kong dopo i sette anni di stress (fra progettazione, riprese e postproduzione) di Il Signore degli Anelli. È approdato alla meta, ha smesso di gonfiarsi di birra e patatine fritte per sedare l'ansia (dimagrendo 10 chili), ha abbandonato il look sciatto, bermuda e sandali, si è ripulito. E ora dopo i tre Oscar al Signore fa il Grande regista di un Grande film. Ha chiamato Adrien Brody (Il pianista) per la parte di Jack Driscoll, ex pilota di guerra e fidanzato della Bella; Jack Black per quella dell'avventuriero cineasta Carl Denham (Alta fedeltà, School of rock); e Naomi Watts per quello di Ann Darrow, la bionda amata dall'animale. Tiene blindato il set, ha speso una cifra in servizio d'ordine, ha fatto firmare contratti a manovalanze e cast vincolandoli al segreto. King Kong è il suo «tesooooro» come l'anello per Gollum. Sarà fedele all'originale, con una libertà, che annuncia: «Quando vede Ann, Kong prova per la prima volta un'empatia, un sentimento. Non vuole ucciderla. Anzi, la difende, ne ha cura. Mi interessa il rapporto fra i due. Nel film del '33 la donna sentiva solo orrore per il gorilla, urlava, ne era terrorizzata».
La sua Bella sarà meno «bestia» nei sentimenti. E noi tiferemo di nuovo per quel vulnerabile mostro di King Kong, così bestia da innamorarsi.
Da Panorama, 24 dicembre 2004