Giovanni Grazzini
Il Corriere della Sera
Farta lunga anticamera (prodotta nel '79, già dalla mostra pesarese dell'80 ne tessemmo l'elogio), arriva finalmente un'opera di grande bellezza, da godersi senza ausilio di dottrina, ma interessante anche perché entra nel merito di una parola, oblomovismo, considerata di segno negativo da quando, nel 1859, il russo Ivan Goncarov sembrò condannare nel protagonista del proprio romanzo il gran delitto dell'accidia, forse dettato dalla paura della vita. Dopo che Ilja Iljic Oblomov, il nobile trentenne che vive di rendita a Pietroburgo ma per inerzia manda in rovina la sua tenuta, è stato promosso a simbolo del ceto parassitario e inefficiente che la rivoluzione d'Ottobre ha avuto ragione di spazzar via, la nemesi vuole infatti che tocchi a un autore sovietico, c'è da supporre educato all'ossequio per gli eroi del lavoro, rileggere il romanzo con occhio più problematico. Non proprio per ribaltarne il senso, giacché il regista Nikita Mikhalkov non rovescia provocatoriamente il vizio in virtù, bensì per frugare meglio nell'animo di Oblomov, per vedervi l'espressione di un certo carattere nazionale in cui s'intrecciano saggezza e malattia, e per trovarci una luce poetica che ripaghi Oblomov del biasimo dei moralisti.
I buoni conoscitori del cinema sovietico recente, finalmente abitato anche da impuniti fannulloni, sanno che la cosiddetta riabilitazione di Oblomov è uno dei frutti del ripensamento assiduo della tradizione letteraria russa compiuto con strumenti quali la psicanalisi che di tanto in tanto sfuggono al controllo dei custodi del realsocialismo. Anche lo spettatore meno preparato saprà cogliere tuttavia il gesto, a suo modo d'amor patrio; compiuto dall'irrequieto Mikhalkov superando le strettoie del più gretto pragmatismo culturale e riferendo il torpore di Oblomov, la sua proverbiale remissività di uomo buono ma infingardo, a un abito contemplativo che socialmente può essere dannoso ma che può anche rispondere all'angoscia per l'assurdità di ogni storia individuale, ai ridicoli sforzi di chi vuol darle un significato staccandola dall'albero della creazione. Quando invece l'unica strada per farci sentire in armonia col mondo, millesima foglia sul ramo, è forse una strada a ritroso: non già verso il successo mondano e l'acquisizione di falsi valori (il possesso, il potere...) ma verso la radice naturale, simbolizzata dal grembo della madre protettiva. Per cui Oblomov ha nel contempo la fragilità dei pavidi e dei rinunciatari e la forza di chi, rifiutandosi di aderire all'ingannevole operosità dell'adulto, è, come un bambino, il più vicino alla verità.
La qualità artistica del film di Nikita Mikhalkov è detta dall'acume con cui l'itinerario dolcemente doloroso nella memoria biologica e nella penombra caratteriale, il doppio pericolo dell'attivismo sovreccitato e della resa al sonno, sono rappresentati incrociando l'affettuosa complicità all'indulgente ironia. Raccontandoci dapprima l'indolente giornata di Oblomov, tutto letto e vestaglia, poi gli sforzi del suo amico mezzo tedesco Stolz per scuoterlo e portarlo in società, infine l'amore incompiuto per la giovane Olga e le nozze senza storia con una vedova, Mikbalkov non disegna comunque il ritratto di un uomo felice e incolpevole. Esprime al contrario la sofferenza lacrimevole di chi, nostalgico dell'infanzia e delle carezze materne, è spinto dall'amore a riaccendersi, e tuttavia si vergogna della propria incapacità di fare violenza, per crescere, alla propria natura.
Portando sullo schermo soltanto certe pagine del romanzo di Goncarov (il titolo esatto del film è infatti Alcuni giorni della vita di Oblomov), Mikhalkov fa una scelta molto precisa. Dopo averlo contrapposto a uno Stolz che è l'esempio vivente del costruttore, coglie il suo presunto antieroe nel momento in cui la lacerazione fra natura e volontà, provocata dall'irrompere del desiderio di conquista, raggiunge il massimo di spasimo e si ricompone nella voluttà dell'amicizia. Ma mentre ci rende partecipi dei lati anche grotteschi del suo sconforto ci aiuta a situarlo nel contesto familiare e nel quadro psicologico, così diversi da quelli di Stolz, in cui la personalità di Oblomov si è sviluppata, con quella mamma tenerissima, quel padre circondato da servi ossequienti, quel ballo Zachar,- devotissimo e sbrodolone, che con mirabile contrappunto comico prosciuga il film d'ogni scoria patetica. L'operazione, meno intesa a storicizzare la metafora che a proporre una riflessione, a mezza strada fra il serio e il faceto, sui dati connettivi dell'anima slava, è condotta da Mikhalkov con grande intelligenza creativa. Sul piano del contenuto, perché senza prendere esplicito partito sui comportamenti di Oblomov il film tesaurizza gli umanissimi motivi trapunti nella sua dolente ambiguità; nell'ordine stilistico perché stabilisce col montaggio una proficua dialettica fra i momenti di distacco (c'è anche un narratore fuori campo) e quelli del coinvolgimento emotivo dello spettatore.
L'esito è molto gratificante. Si simpatizza con Oblomov e insieme lo si compiange e se ne sorride, si misura il ruolo sociale di Stolz ma si considera la banalità della vita coniugale che ha prodotto il suo piglio . risoluto, si condivide il mesto destino di chi non sa serbarsi ottuso quanto basta a non porsi domande sul perché dell'esistenza. E dinanzi all'ultima scena in cui il figlioletto di Oblomov torna a invocare l'immagine materna correndo fra i campi si cede all'assalto della malinconia: così perfetto è il teorema sulla circolarità della storia e la perennità della madre terra che supera d'un balzo nello struggimento esistenziale ogni meschina disputa sul progresso e i capricci mentali.
«Anche la Russia ha bisogno di addormentarsi per riallacciarsi all'infanzia e risvegliarsi bambina» ha detto Mikhalkov in linea con gran parte della cultura contemporanea soprav vissuta al crollo delle ideologie e alle trasfigurazioni del marxismo. In patria c'è chi lo guarda perciò con sospetto, ma il consenso che sa guadagnarsi lo ripaga di molte diffidenze. Questo Oblomov si colloca accanto ai film di Tarkovskij nel dire le lodi d'un cinema che ospita, e non si sa quanto a malincuore, anche autori controcorrente. Per i quali, come in questo caso, i miti dell'efficientismo e della produttività a cui qualcuno sacrifica le naturali tentazioni all'abbandono non vanno accreditati al vitalismo sociale ma addebitati alla stessa durezza di cuore che mostrava di possedere il teutonico padre di Stolz.
L'Oblomov di Mikhalkov va guardato, magari vedendolo più volte, senza presumere di far subito luce sul senso di tutti i passaggi. I vari elementi della sua complessa struttura (col rapporto tra flash-back, voce narrante, riprese in soggettiva, e i riferimenti musicali al melodramma) sono infatti qua e là, per così dire, smarginati. Vi circola un'aura sospesa, spesso di eco cecoviano, che esalta il lirismo di molte situazioni lasciandole irrisolte, e soprattutto nel confronto tra Oblomov e Olga si colgono rotture di ritmo, spiazzamenti ed ellissi che traducono in termini stilistici la tempestosa sentimentalità dell'insieme. Tutti doni d'una partitura registica molto personale, la quale qui può valersi del contributo prezioso di attori di alta classe, fra cui s'impone l’Oleg Tabakov che cava da Oblomov risonanze e prospettive sinora insospettate. E alla quale la versione italiana, curata da Marco Leto, rende un ottimo servizio col suo scrupoloso doppiaggio.
Da Il Corriere della Sera, 18 aprile 1984