Matteo Tacconi
L'Unità
È un road-movie con un insolito Giuseppe Cederna il primo film italiano in concorso al festival di Locarno: Promised Land di Michael Beltrami, regista dalle radici divise tra la Germania e la Svizzera (quella italiana) con un piede negli Stati Uniti dove spesso lavora. Proprio dagli States, infatti, arriva la «storia» che Beltrami racconta nel suo «Promised Land». Una storia o meglio tante storie che prendono le mosse da un unico episodio: la scomparsa e la ricerca disperata di una ragazzina, la figlia di Vicky Dalton una folk singer con un passato di notorietà dovuto proprio alla canzone «Promised Land».
Questa è un po' la «storia» di partenza, ma allo stesso tempo il punto d'arrivo della pellicola, poiché a dare l'avvio al racconto è Ethan Wildwood (lo interpreta Chad Smith), un ex-attore, pieno ormai solo di ricordi e nostalgie, che se ne va in giro con una grottesca automobile per promuovere il suo passato da divo del cinema. Aveva interpretato "Billy Boy", piccolo eroe del west, e - racconta - era stato addirittura candidato
all'Oscar. Il cinema però lo ha subito dimenticato: prima se l'è preso e l'ha illuso con la gloria e poi l'ha mollato, senza pietà.
Ma Ethan vive ancora sognando di avere una seconda chance. Veste da cowboy e la sua macchina scassata è tappezzata di adesivi, stemmi e fotografie che lo ritraggono all'epoca in cui era campione di incassi. Indossa una maglietta con scritto «Born to act» - nato per recitare - e sulla fiancata della macchina campeggia una scritta: «Put me in the movie where I belong». Mettimi nel film di cui faccio parte. Ma la sua vita, trasformatasi così in un unico, ininterrotto film, è naturalmente destinata a scontrarsi con la realtà, dando corpo, come racconta lo stesso regista, «alla classica storia che si sviluppa sul filo sottile che divide reale e immaginario e questi due piani si confondono tanto da non sapere più quale sia l'uno o l'altro».
In questo senso Promised Land non risparmia la sua critica al «sistema Hollywood» che sforna film a ripetizione, che brucia attori, che fagocita intere esistenze. Ethan Wildwood è uno di loro. Un giorno decide di farla finita e prova ad affrancarsi dal suo ingombrante passato. L'occasione gliela dà un suo amico, Mulligan: a dargli il volto è Giuseppe Cederna nei panni di un produttore televisivo italo-americano. La tv italiana gli ha chiesto di girare documentari su un po' di storie «on the road» e Mulligan decide di rivolgersi a Ethan.
Ethan parte alla ricerca di facce, personaggi, luoghi. Ma il suo passato sta ancora lì, lo condiziona. Non riesce a essere sincero con il mondo. Nemmeno il paesaggio - l'America blanda e polverosa, così vera rispetto a quella immortalata Hollywood, - nemmeno la pittoresca gente che incontra per la sua strada gli sono d'aiuto. L'ultimo ciak, quello che dovrebbe stendere il sipario su "Billy Boy", non arriva. Arriva invece l'incontro "risolutore" con la cantante-vagabonda, interpretata da Ruth Gerson, che nella vita fa proprio la folk-singer.
La storia di Vicky offre a Ethan lo spunto per redimersi. La scomparsa della figlia, la piccola Mary Jane avvenne durante un raduno rock e da allora Vicky lascia in ogni posto dove suona un volantino con la foto della bambina, com'era una volta e come potrebbe essere adesso. Ethan entra dentro, si tuffa in questa storia e giorno dopo giorno si lascia alle spalle il mito bambino di "Billy Boy".
La terza protagonista è Norma, una tredicenne fin troppo matura, cresciuta troppo in fretta e svezzata dalla metropoli. Per tutto il film si ha l'impressione che sia Mary Jane. I tre si dividono, si incontrano di nuovo, vanno infine a Los Angeles. Dove Ethan - in una simbologia volutamente povera - scarnifica la sua macchina e la ripulisce dai detriti del passato. E così, l'ultima sequenza la mostra con l'indice davanti alle labbra, come a dire «Silenzio, è tutto finito, lasciatemi in pace», come a dire che a volte ci vuole una storia vera, per smettere di essere bambini. E nel frattempo Hollywood, la finta Hollywood scompare, davanti a qualcosa di reale, di umano.
Da L'Unità, 8 agosto 2004