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mercoledì 20 marzo 2019

Mario Monicelli

Data nascita: 15 Maggio 1915 (Toro), Viareggio (Italia)
Data morte: 29 Novembre 2010 (95 anni), Roma (Italia)
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La Stampa

Alessandra Levantesi

Quando fu inaugurata sotto la guida di Lino Micciché la Mostra del Nuovo Cinema, Mario Monicelli aveva già firmato alcuni dei film considerati i suoi capolavori ( La grande guerra, I compagni); ma la rassegna pesarese, improntata a un assoluto rigorismo autoriale, non gli avrebbe certo dedicato una personale. Oggi invece la tradizionale rassegna si conclude proprio con una tavola rotonda dedicata al maestro della commedia italiana e con la proiezione in piazza del Popolo di Speriamo che sia femmina (e speriamo che non piova). Segno che qualcosa è cambiato sul fronte della cinefilia più intransigente, soprattutto nel rapporto più possibilista con il cinema-cinema di cui Monicelli è uno dei massimi rappresentanti. [...] »

Il Tempo

Gian Luigi Rondi

Un regista che, con i suoi film più recenti, è venuto acquistando una posizione di preminenza nel nostro cinema, è senza dubbio Mario Monicelli. Con I soliti ignoti si era felicemente inserito fra i nostri migliori autori comici, con una disinvoltura, però, una ricchezza di fantasia, un estro, una versatilità che pochi in questo campo potevano eguagliare, tanto più che il film, pur tentando largamente i temi umoristici e pur tentandoli sulla scia della commedia all'italiana, riusciva a nobilitarli con una dignità anche nella caricatura piuttosto insolita e con un brio che, nonostante la complessità di un'azione ad ogni passo fonte di sorprese, non veniva mai meno; quasi sorretto da un inesauribile slancio. [...] »

L'Espresso

Nello Ajello

De Sica e Gassman. Vitti e Ullmann. Il fascismo e la commedia all'italiana. Incontro con il regista.
Alla vigilia del suo compleanno: 94 anni Il 24 maggio celebrerà il suo compleanno: sono 94 compiuti, con 65 film all'attivo. Il regista Mario Monicelli ne ha di cose . da raccontare e lo fa con una verve che sembra crescere con l'età. Riferendomi al prossimo anniversario, ho appena-scritto celebrerà, ma non è la parola giusta. Fa pensare a un'intenzione auto-agiografica estranea all'indole di questo toscano arguto, pugnace, provocatorio, che non si atteggia a maestro e detesta che lo chiamino così. Non resta che ascoltarlo.
Monicelli, non vorrei offenderla, ma mi dica: lei ha acquisito la saggezza?
«La saggezza non rientra fra le mie conquiste. [...] »

Fernaldo Di Giammatteo

Personaggio insolito nel quadro di un cinema perbenista, o melodrammatico, questo finto toscano (dice di essere nato a Viareggio, dove in effetti visse soltanto, a lungo, in gioventù) ha sconvolto le regole educate della commedia, inaugurando - dopo una serie di esperienze nel giornalismo e nel cinema amatoriale a Milano e dopo essersi messo al sevizio di registi di varia estrazione (Machaty, Genina, Camerini) - una singolare stagione di aggressività comico-farsesca che attinge alla veneranda tradizione della poesia burlesca, dal Pulci a Teofilo Folengo. In compagnia di Steno tiene a bada le intemperanze di una «marionetta» come Totò, forma un duo di disperati (Totò e Aldo Fabrizi) per Guardie e ladri (1951), tenta perfino l'analisi di costume con Le infedeli (1953) e, finalmente, si presenta in proprio con la storia di una beffa che il destino gioca a un gruppo di sprovveduti ladruncoli (I soliti ignoti, 1958) individuando il tema della sua comicità amara, imperniata sulle ambizioni sbagliate e sull'inutile arrabattarsi dei poveracci condannati a restare poveracci. [...] »

Barbara Palombelli

Roma. Luci accese in un piccolo appartamento-studio affacciato sui vicoli del rione Monti, sulla scrivania piena di carte c’è un libro aperto, dalle finestre s’intravede il Colosseo illuminato. L’uomo in jeans e pullover che abita da solo in questo spazio dipinto di azzurro si muove come un ragazzo, eppure sta per compiere novant’anni. Fra poco racconterà, con la durezza e la sincerità che sono sue come uno stemma di famiglia, cosa pensa dell’inestricabile rapporto che lega fra loro il cinema e la politica. Dai tempi del fascismo, «il sistema che ha fatto di più per il cinema italiano, dai littoriali alla mostra di Venezia», ai democristiani, «i più tolleranti», fino al governo Berlusconi, «che lo odia, lo sta facendo spegnere lentamente, negandogli i mezzi e i finanziamenti necessari». [...] »

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