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domenica 17 dicembre 2017

Vittorio De Sica

Data nascita: 7 Luglio 1901 (Cancro), Sora (Italia)
Data morte: 13 Novembre 1974 (73 anni), Neuilly-sur-Seine (Francia)

Il Messaggero

Fabio Ferzetti

A trent’anni dalla morte, Vittorio De Sica resta in gran parte un enigma. Non l’uomo, non l’attore, non il regista, ma il posto di De Sica nella cultura italiana e mondiale conserva qualcosa del rebus. Nessuno dei nostri cineasti è stato così importante e insieme così popolare in patria, sia pure per motivi e in periodi diversi. Nessuno, tranne forse Fellini, Rossellini e più tardi Antonioni, ha esercitato un’influenza così profonda su scuole, autori e paesi anche lontanissimi, dall’Urss del disgelo al Giappone di Kurosawa passando per l’India di Satyajit Ray.
Eppure la leggenda De Sica resta sfumata e contraddittoria come la sua vita tutta all’insegna del travestimento, della moltiplicazione di ruoli e di identità, della dispersione e disseminazione di sé praticata nel privato e sul set. [...] »

Il Secolo d’Italia

Priscilla del Ninno

La stazza era decisamente quella del cineasta di talento. L’eleganza quella tipica dei grandi divi. Il fascino, indiscutibilmente quello del gentiluomo rubacuori, Per questo oggi, a ventiquattr’ore dal trentennale della sua scomparsa — che sarà ricordata un po’ ovunque, dal palcoscenico alla rassegne sparse qua e là, fino agli scaffali delle librerie pronte a rispolverare note biografie e a pubblicare inediti prolificati a suo nome — ci manca irrimediabilmente quella sua maschera tenera e beffarda, irresistibilmente furba Quella sua sapienza popolare dispensata in canzonette d’epoca, pièce datate o titoli d’antologia, ma sempre giocata sul terreno della spettacolarità intelligente. Dell’impegno autoriale. [...] »

Il Tempo

Gian Luigi Rondi

Dopo il successo di Miracolo a Milano, Vittorio De Sica ha seguito vie non di rado contraddittorie in cui, pur mantenendosi saldamente legato a quell'ispirazione lirica da cui erano nati i suoi film migliori, ha accolto suggerimenti non sempre riconducibili ad una concezione unitaria del cinema. Con risultati a volte egualmente felici, a volte abbastanza discutibili.
La sua collaborazione con Cesare Zavattini continua, e in maniera costante, consentendogli di approfondire sempre più il mondo delle idee e delle polemiche contemporanee, innestandolo spesso ai filoni più rigogliosi della migliore letteratura e della cultura più moderna e impegnata. Come largamente dimostra anche Umberto D. [...] »

Famiglia Cristiana

Enzo Natta

«Evitava l’ideologia stretta, andando alla ricerca di un’umanità pura». Sono bastate poche parole a Gianni Arnelio per tracciare un profilo capace di esprimere quell’impegno etico di Vittorio De Sica che André Bazin l’indimenticabile critico di Esprit, padre putativo di Truffaut e di buona parte della nidiata della Nouvelle Vague) attribuiva ai film del Neorealismo, ma soprattutto alle opere di De Sica e Rossellini, che avevano incarnato al meglio l’essenza del cristianesimo.
La tensione morale di De Sica (il 13 novembre ricorrono i trent’anni dalla morte) era alimentata da un sentimento che affondava le sue radici nel dovere: il sentimento di sentirsi vicino alla gente e il dovere di esternarlo. [...] »

Pietro Bianchi

La lettura del film di De Sica, Stazione Termini, richiede allo spettatore una certa consapevolezza. Stazione. Termini, probabilmente, non è una svolta rivoluzionaria, un ritorno alla norma, una conversione agli attori professionisti da parte del regista di Frosinone: è una vacanza, e, se si vuole, un ripensamento, forse una sosta, sull’intrapresa via di Damasco. Secondo Berenson, è stata una incongruenza, da parte del Caravaggio, l’aver concessa una maggiore importanza figurativa, nel dipinto famoso,. al cavallo che all’impetuoso cavaliere, ancora Saulo per brevi istanti, caduto per terra; opinione. discutibile, come ognuno sa. Ma ora non vorremmo cadere, per parte nostra, in un’incongruenza più evidente concedendo alla nuova scelta di De Sica (scelta di ambiente, di personaggi, di dialogo, di contenuti «non sociali») un’importanza maggiore di quella che essa abbia in effetti. [...] »

Mario Soldati

Lui aveva trent'anni, io ventisei. Di passo concorde, sicuro, gioioso, scendevamo via Broletto, via Ponte Vetero, via Mercato, sul marciapiede destro. Era una mattina di aprile, a Fiera aperta. L'aria fresca, frizzante: ma sole vivo, chiaro, che già bruciava. L'indomani s'incominciava a girare Gli uomini che mascalzoni! soggetto di Aldo De Benedetti, che avevo sceneggiato con Camerini, per Camerini: ed ero preoccupatissimo di come sarebbe stato vestito il protagonista, Bruno, giovane meccanico disoccupato... Oggi, questi non sono più problemi. Oggi, il regista dispone normalmente di collaboratori specializzati, costumisti coi fiocchi anche quando il film non è in costume. E, per la verità, non sarebbe più stato un problema solo pochi anni dopo. [...] »

Sergio Donati

Beh, De Sica notoriamente era capace di far recitare anche un lavabo di marmo, e dalla Loren ha cavato prove d'attrice anche di molto superiori, come nella Ciociara o nell'Oro di Napoli.
Quanto ai “Girasoli”, l'ho visto quand'é uscito, ed era il '69, un bel quarto di secolo fa. Considero De Sica in assoluto il Migliore del nostro cinema, ma ricordo di aver trovato quel particolare film piuttosto imbalsamato e di maniera, molto “confezionato” per il mercato americano dove all'epoca sia Loren che Mastroianni erano “hot stuff”. Ricordo anche che qui il film andò malaccio come critica e botteghino, e solo un po’ meno peggio negli Stati Uniti. Eravamo tutti un po’ troppo insessantottati? Può essere. [...] »

Fernaldo Di Giammatteo

Regista, ma prima attore, e prima ancora «napoletano» a tutti gli effetti, il giovane De Sica dalla Ciociaria raggiunge la capitale del sud e vi trova l'ambiente suo, che terrà dentro di sé sino alla fine. Attore, è in teatro l'amoroso in compagnie importanti. Nel cinema è il bel giovane seducente e fatuo che gli inventa Mario Camerini. Fatuo ma di buon cuore, e ottima pasta «matrimoniale»: Gli uomini che mascalzoni... (1932), Grandi magazzini (1939), i due film ai lati estremi della parabola.

Più scanzonato è il regista che, pescando i temi nel lago dei «telefoni bianchi», gira la commediola Rose scarlatte (1940), giocherella con Maddalena zero in condotta (1941), con una Teresa Venerdì (1941) che in una particina esibisce una spiritosa Anna Magnani, con lo storicheggiante Un garibaldino al convento (1942). [...] »



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