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venerdì 18 gennaio 2019

Nino Manfredi

Nome: Saturnino Manfredi
Data nascita: 22 Marzo 1921 (Ariete), Castro del Volsci (Italia)

Data morte: 4 Giugno 2004 (83 anni), Roma (Italia)

Ida Biondi

Laureato in Giurisprudenza, allievo dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, esordì come attore teatrale al Piccolo di Roma, incontrando anche Eduardo De Filippo. Di non minore interesse, le sue esperienze presso il Piccolo di Milano, dove recitò con attori come Vittorio Gassman ed Evi Maltagliati. Nello stesso tempo, come doppiatore, prestò la sua voce all'attore francese Gérard Philipe, ma anche a colleghi italiani come Renato Salvatori e Marcello Mastroianni. Dopo avere formato un trio con Paolo Ferrari e Gianni Bonagura, ottenne un vivissimo successo di pubblico e di critica, lavorando nel teatro di rivista, come creatore di macchiette comiche, tratteggiate con bravura e fine efficacia scenica. [...] »

Il Manifesto

Silvana Silvestri

Se la generazione del dopoguerra ha voluto restare giovane per sempre, anche per recuperare gli anni perduti, Nino Manfredi questo dono lo ha ricevuto a piene mani, chissà come avrà fatto Luigi Comencini a vedere in lui il padre per eccellenza, Geppetto, in quel latin lover ironico, laureato, aperto e anche di idee avanzate. Il barista di Ceccano che diceva la battuta «Fusse che fusse la vorta bona» e faceva impallidire i funzionari Rai che tentarono anche di eliminarlo da Canzonissima `59 con motivi insulsi (non ci riuscirono) perché diceva la sua su tutto. Fu un momento alto di successo popolare, arrivato dopo almeno dieci anni di teatro.
Avanguardista a quindici anni, si ammalò di pleurite dopo una lunga escursione sulla sua pesantissima bici, ma in ospedale si costruì un banjo con la sedia e quello fu l'inizio della sua fortuna. [...] »

L'Unità

Alberto Crespi

Avevamo conosciuto Manfredi ad un festival di Mosca, dove sia lui che Sordi partecipavano come registi (lui per Nudo di donna, Albertone per Io so che tu sai che io so); qualche tempo dopo l’avevamo ritrovato, e lungamente intervistato, durante una straordinaria Festa nazionale dell’Unità in quel di Roma, all’Eur, dove ci aveva confessato un sincero trasporto per quello che allora ­ nell’84 ­ si poteva ancora chiamare «il popolo comunista». In entrambe le occasioni non era stato facile parlare di cinema. Aveva altri valori: prima di tutto, un fortissimo senso della famiglia, che lo portava ad elogiare la moglie Erminia per qualunque cosa buona avesse fatto nella vita. Quando doveva parlare della propria formazione, citava sempre due uomini. [...] »

La Repubblica

Maria Pia Fusco

Albe', lasciami un posto in Paradiso, così continuiamo a scherza', sennò m'annoio...". Così Nino Manfredi aveva salutato Alberto Sordi nel giorno della sua scomparsa. "Ora sono rimasto solo io", aveva detto, quando se n'era andato l'ultimo compagno con il quale aveva condiviso, seppure lungo strade diverse, il viaggio che aveva reso grande il cinema italiano. Una strada lunga, per Manfredi, percorsa fino a La luz prodigiosa, il film di Miguel Hermoso che gli ha fatto raccogliere l'ultimo, appassionato abbraccio dal pubblico della Mostra del cinema di Venezia, a settembre del 2003. Che lo ha consacrato anche, e ancora una volta, con il Premio Bianchi consegnato nella mani della moglie Erminia. [...] »

La Stampa

Lietta Tornabuoni

Prima della morte, i momenti peggiori di Nino Manfredi erano stati due. Uno nel 1959, dopo il successo straordinario d'una sua macchietta televisiva: «Ancora oggi», ricordava, «appena mi vede la gente attacca subito: Nino Manfredi, Ninetto Manfredini, il barista di Ceccano, quello della tv... Allora i produttori mi offrivano cifre pazzesche per interpretare film intitolati “Fusse che fusse la vorta bona”, “Ninetto ciociaro col carretto”, “Pecore, amore e Ciociaria”, “Nino ciociaro sopraffino”...Maledetto ciociaro, voleva la mia rovina: ma io non mi sono lasciato tentare, sono riuscito a sopravvivere». L'altro momento, recente, fu quando affondò in una crisi di depressione: e sua moglie Minia non dimentica come venissero a trovarlo gli amici malati di nervi, Vittorio Gassman soprattutto, a volte anche Paolo Villaggio, e come si scambiassero lugubri confidenze durante le cosidette «cene catastrofiche». [...] »

Il Sole-24 Ore

Luigi Paini

C’eravamo tanto amati. Per cinquant’anni, e forse più. Non c’eravamo mai lasciati con Saturnino Manfredi. Ognuno di noi conserva nella memoria e nel cuore un “pezzetto” di mesto grande attore: le sue battute in ciociaro, l’aria sorniona (ma sempre intelligente, vispa, viva: gli occhi non mettevano mai di luccicare, avevano visto troppo per essere ingannati), i mie personaggi interpretati a teatro, alla radio, al cinema, in tv.
Ha raggiunto Marcello, Vittorio, Ugo, Alberto: voci, e soprattutto volti dell’Italia lungo mezzo secolo. Commedia, soprattutto, il ramo dello spettacolo in cui da sempre siamo maestri. Ma non sono state solo risate: dietro ai frizzi e ai lazzi e ai fescennini si è quasi sempre mostrata la volontà precisa di rappresentare in modo critico, ebbene bonario, i vizi del nostro Paese. [...] »

Il Messaggero

Fabio Ferzetti

Nel poker d’assi della commedia all’italiana Nino Manfredi occupava una casella tutta sua che per certi versi potremmo dire la casella del debole, se non addirittura della “vittima”, con tutte le virgolette del caso. Vittima inconsapevole, vittima di se stesso e della propria mitezza, vittima della Storia o delle circostanze, talvolta capace di riscattarsi con pazienza certosina e grande adattabilità. Non era una scelta deliberata, anche se l’uomo gestiva con molta attenzione il proprio talento. Era il frutto dell’incrocio fra l’inclinazione personale alle mezze tinte e al patetico, doti rare tra i nostri attori comici, con gli spazi lasciati liberi dagli altri “colonnelli” della risata.
Così, se Sordi reinventava le patologie quotidiane degli italiani, se Gassman incarnava il lato atletico, rodomontesco, dei vizi nazionali, se la sensualità padana e pre-moderna di Tognazzi sembrava assorbire con ingordigia le mutazioni subite dal corpo sociale, Manfredi finì per ritagliarsi il ruolo apparentemente più defilato dell’uomo in lotta contro condizioni avverse. [...] »

Il Messaggero

Rita Sala

È entrato nella storia dello spettacolo italiano e, se chiedete a un ragazzo chi sia, l’interrogato risponde: «Nino Manfredi? Un attore del cinema». In realtà, leggendo la sua biografia o parlando di qualcuno che era al Sistina nel 1963, anno della storica prima edizione di Rugantino , Manfredi vien fuori, prima di tutto, come interprete di teatro.
E’ in ogni caso vero che l’estroverso signore di Ceccano ha dedicato al palcoscenico solo i suoi inizi e, nel corpo di un importante epilogo televisivo, alcune fiammate finali. Debuttò, ventenne, con il Piccolo Teatro di Roma negli scespiriani Riccardo III e La tempesta , quindi sostenne alcuni ruoli nelle produzioni di Eduardo De Filippo. [...] »



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