
Giunti a metà del 61° viaggio
Giunti a metà del 61° viaggio veneziano, si cominciano a intravedere i primi segni e i primi temi che caratterizzano la mostra, a partire dall’abitudine degli accreditati a rimanere fuori dalle proiezioni per un’organizzazione del programma a dir poco impazzita.
Innazitutto il cinema italiano. I primi film presentati, a partire dal deludente e pretenzioso “ovunque sei” di Michele Placido, sembrano non convincere. Il solo “Volevo dormirle addosso” di Cappuccio, e in parte, “Lavorare con lentezza “di Chiesa, hanno ottenuto giudizi tiepidamente positivi, ma in seguito a una stagione che ha confermato finalmente un “nuovo corso” della nostra cinematografia (ricordiamo “Primo amore” di Garrone, “A/R – Andata e ritorno” e il film di Cocchi sul liscio), forse ci si aspettava qualcosa di più. Attendiamo comunque, con speranza, Mazzacurati e Amelio, quest’ultimo, secondo film italiano in concorso.
E’ certo che le risate in sala per le grottesche vicissitudini di Accorsi in “Ovunque sei”, manifestano un’irrefrenabile desiderio del pubblico di divertirsi. I film visti a oggi, certo non aiutano. Non sono il film greco “delivery” sulla disperazione dei clochard o la violenza pedofila (seppur di grande intensità) di Araki a indurre che guarda a lasciarsi andare a sorisi, tuttavia, si ha la sensazione che ogni minimo appiglio concesso, è una potenziale risata comune. Come dire, “That’s entertainment”.
Per concludere ci sembrava interessante sottolineare le tendenze principali presenti nei film passati a oggi.
La prima riguarda i luoghi, gli ambienti, e, nello specifico, le città, dove si svolge l’azione, che diventano protagoniste al pari degli attori stessi. La disperata Atene di “Delivery”, la malinconica New Orleans di “The love song for Bobby Long” e la meravigliosamente notturna Los Angeles di “Collateral”, sono parte integrante e fondamentale delle storie raccontate. Senza di esse, i film perderebbero il loro feeling, l’atmosfera, e, consentiteci, la loro essenza primaria. Chi d’altra parte non ha sognato di andare a New York dopo aver visto “Manhattan” o "Harry ti presento Sally"?
E’ l’emozione di viaggiare sulle ali del cinema.
La seconda, è l’analisi dei rapporti familiari, sempre più intricati, e presenti nell’ordinario, che conducono a riflessioni esitenziali, cambiando le vite stesse. “I re e la regina” di Desplechin, “Tout en hiver sans feu” di Zglinski, “Vera Drake” di Mike Leigh, “La femme de Gilles” di Fonteyne, per citarne alcuni, danno particolare importanza alle relazioni padre-madre, fratello-sorella, valori assoluti, spesso scardinanti, distruttivi o risolutivi di ciò che esiste.