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La passione e la malattia

Codici melodrammatici in Allacciate le cinture.
di Roy Menarini

In foto i protagonisti del film Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek.
Kasia Smutniak (Katarzyna Anna Smutniak) (38 anni) 13 agosto 1979, Wojewoda (Polonia) - Leone. Interpreta Elena nel film di Ferzan Ozpetek Allacciate le cinture.

domenica 9 marzo 2014 - Approfondimenti

Ormai è evidente che esistono due tipi di pubblici per il cinema di Ozpetek. Quello più affezionato, di buone letture e discretamente colto, democratico e forse un po' snob, apprezza i film "classici" del regista italiano di origine turca. Gli altri - i cinefili, alcuni critici, e altri spettatori meno disciplinati - cercano l'Ozpetek più impulsivo, veemente, ne amano il lato melodrammatico e kitsch e magari lo vorrebbero vedere alla prova con un noir o persino un horror - ne avrebbe tutte le capacità. Questa seconda categoria, cui appartiene anche lo scrivente, mal sopporta le autocensure di Ozpetek (probabilmente inconsce, o forse erte a difesa del pubblico tradizionale), quelle che non permettono mai ai suoi film di lanciarsi senza paracadute nel mélo e nel gay movie più eccessivo, sguaiato e acceso.

E anche il suo ultimo film prometteva male fin dal titolo: Allacciate le cinture sembra proprio il monito di Ozpetek a se stesso, inteso come raccomandazione a non esagerare. Invece, visto dalla parte dello spettatore, va interpretato come un programma di sala: entrerete in un film totalmente squilibrato, con momenti sublimi e passaggi rovinosi, sequenze da applausi e altre irritanti, protagonisti riusciti e personaggi secondari inconsistenti, ma alla fine avrete assaggiato almeno una porzione dell'Ozpetek che vorremmo sempre vedere. Come ha spiegato anche Paolo Mereghetti, vale la pena riporre in soffitta la critica fatta col bilancino e farsi trasportare. Sì, ma da che cosa? Proviamo un po' a elencare intanto le cose sparse che suscitano sincera ammirazione: i titoli di testa sui piedi e i passi al rallentatore che pestano le pozzanghere d'acqua, la sequenza iniziale della fermata d'autobus, il lungo piano sequenza con ellisse temporale che introduce lo spazio del bar (dove si svolge parte del film), Kasia Smutniak in toto (forse l'attrice più splendente e profonda del momento, capace di passare con il volto dalla durezza di sguardo alla più inerme fragilità nel volgere di due secondi), il kitsch voluto e sfrenato della scena di sesso in ospedale, la spudoratezza creativa nel mescolare tumore e corna in pochi minuti, la sorpresa narrativa dell'ultimo segmento di racconto.

E poi il corpo. Non quello di Elena, su cui - come melodramma richiede - si accaniscono i colpi del destino. Ma quello di Antonio, perfettamente incarnato dalla recitazione ottusa e ottundente di Francesco Arca. Fa sorridere che qualcuno preferisse un "bravo attore", e non un ex tronista, per questo ruolo: si tratta con tutta evidenza di una pura pulsione maschile, di un campo di desiderio bipartisan (tanto è vero che la compagna di ospedale di Elena lo scambia per "macho-gay"), un corpo animalesco e desiderato dove si saldano d'un colpo lo sguardo omofilo del regista, quello turbato dei suoi spettatori e quello inconfesso delle spettatrici. Non sono poi molti i film italiani che scaraventano in faccia al destinatario la natura meno culturale del desiderio: persino quando Antonio cerca di trarre un bilancio della coppia, Elena lo blocca e non lo vuole ascoltare. È come se Ozpetek avesse concepito Antonio in quanto puro corpo, gli avesse sottratto qualsiasi dialogo o monologo, e lo avesse usato come territorio di attrazione, soffermandosi su muscoli, occhi, addome, natiche, tatuaggi, grugniti. Uno stereotipo da fotoromanzo? Certo. È quello che si voleva ottenere. E visto che Allacciate le cinture esce strategicamente nei giorni delle mimose e della donna (pubblico elettivo di Ozpetek), fa bene il regista a ricordare qual è la reale posta in gioco e quanto grande l'inspiegabilità del desiderio. Un "manzo", buono solo per "fare sesso" - come spiega il coro femminile di Elena - è in verità il primo e più solido mattone sui cui costruire un melodramma bisex. E scordiamoci tutti i difetti del film.

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