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La politica degli autori: Andrei KonchalovskyUn portento di regista dalle carriere multiple. |
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Andrei Mikhalkov Konchalovsky (Mosca, 20 agosto 1937) è un portento. Cos'altro dire di un cineasta che passa da Tarkovskij a Tango & Cash (1989), action coatto con Stallone e Kurt Russell? Al meno celebre fratello (maggiore) di Nikita Mikhalkov non difetta per fortuna l'ironia, dato che a posteriori definì la sua indifendibile prova hollywoodiana «significativa come un muggito». Quel filmaccio, una specie di involontaria parodia di Rambo e Grosso guaio a Chinatown con decor e costumi alla Miami Vice, sembra oggi un residuato bellico, come un videoclip new romantic dell'epoca o i capelli cotonati di Russell. Strappa perfino un sorriso. Da allora, Konchalovsky ha saputo far correre in parallelo una carriera hollywoodiana con un'altra, più complicata, in Russia, dove è tornato a vivere definitivamente da qualche anno. Ma il suo ultimo lavoro, Lo schiaccianoci, sugli schermi in 3D dal 2 dicembre, rappresenta una sorta di terza strada, lontana da Mosca e Los Angeles, essendo una coproduzione europea di ampissimo respiro (80 milioni di euro) quasi interamente realizzata in Ungheria. E forse ci voleva un regista che per motivi di cultura nazionale Cajkovskij, autore delle immortali musiche del balletto cui il film si ispira, ce lo avesse nel DNA, affinché il kolossal, pur senza rinunciare al suo aspetto spettacolare, fosse anche accettabile da un punto di vista musicale. Persona giusta Konchalovsky, che prima di essere sceneggiatore e regista è pianista diplomato al Conservatorio di Mosca, e quindi ha saputo affrontare una materia incandescente con la giusta attenzione filologica, valorizzando attraverso la moderna tecnologia stroboscopica gli elementi fantastici già presenti nel testo d'origine, il racconto di Hoffman "Lo schiaccianoci e il re dei topi", del 1816.
Versatile, eccentrico, Konchalovsky, dopo essere stato attore per Tarkovskij in L'infanzia di Ivan (1962), esordisce col botto nel 1965 con un ottimo film, Il primo maestro, solo recentemente visto in Italia grazie a Raisat che ne ha trasmessa una versione sottotitolata. La storia è quella di un maestro mandato dai Soviet a "insegnare" la rivoluzione in un villaggio di campagna ancora intriso di cultura arcaica e feudale. Una riflessione amara sull'inesistenza di modelli ideologici universali e sulla inafferrabile complessità del reale, anche quello più "piccolo". Risulta evidente, nello stile, l'influsso del cinema del primo Akira Kurosawa, da sempre modello del regista russo. I rapporti con la madre patria per il Mikhalkov più ribelle (diciamolo: Nikita è sempre stato più integrato al sistema, prima sovietico oggi putiniano...) non sono però facili. Il titolo successivo, Storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi (1967) lo fa conoscere a livello internazionale ma viene pesantemente censurato dal regime comunista che ne blocca la distribuzione per oltre vent'anni. Apparentemente senza motivo, visto che la storia pare quella (politicamente) innocua di una ardente contadinotta incinta di un poco di buono ma alla fine sola artefice della vita propria e del bambino. A non sfuggire all'occhio attento della censura è il contesto: un Paese demoralizzato dove mai sembra sorto il sol dell'avvenire. Nel 1994 il regista, dopo l'esilio americano, torna in Russia per dirigere un seguito, Asja e la gallina dalle uova d'oro, meno risolto da un punto di vista narrativo ma ancora rivolto alle sorti incerte della nazione, questa volta dopo il crollo del regime sovietico. Sempre del periodo russo l'opera più ambiziosa di Konchalovsky, Siberiade (1979), saga di due famiglie rivali e di diversa estrazione sociale che ricorda, per la struttura ad affresco, Novecento di Bernardo Bertolucci. Nonostante la buona fede ideologica sempre rivendicata dall'autore, Mosca ancora una volta non apprezza convincendolo a lasciare il Paese.
Maria's Lovers (1984), il suo primo film americano, è un successo internazionale. Merito anche di Nastassja Kinski, memorabile protagonista nei panni di una ragazza sposata con un reduce di guerra traumatizzato e attratta da una specie di mariachi interpretato con piglio subdolo da Keith Carradine. È però nell'anno successivo che il regista firma il suo capolavoro, A trenta secondi dalla fine, prodotto dalla Cannon, società di due tycoon israeliani, Golan e Globus, dedita di solito ai titoli muscolari e "rambeschi" allora di moda. Sulla carta, anche questo sarebbe un action: la fuga di un carcerato su un treno senza conducente che corre verso la distruzione. Tratto però da un soggetto inedito di Kurosawa, il film si rivela una metafora esistenziale dell'uomo prigioniero del destino in mezzo a una terra ostile, raccontata da Konchalovsky come fosse una specie di steppa indistinta, dove con forza cieca di baleno deflagrano i conflitti tra cacciatori e prede. Un'opera durissima, dal respiro barbaro.
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(mymonetro: 2,17) |
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