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Elizabeth

Il sortilegio del fascino, quello che si dichiara all'istante, che fa sparire tutto quello che c'è intorno.
di Pino Farinotti

Elizabeth Taylor insieme a Montgomery Clift sul set de L'albero della vita di Edward Dmytryk
Elizabeth Taylor (Elizabeth Rosemond Taylor) Altri nomi: (Dame Elizabeth Taylor / Liz Taylor) 27 febbraio 1932, Londra (Gran Bretagna) - 23 Marzo 2011, Los Angeles (California - USA). Interpreta Susanna Drake nel film di Edward Dmytryk L'albero della vita.

mercoledì 23 marzo 2011 - Celebrities

Se dici Elizabeth e non aggiungi il cognome, è probabile che la prima donna evocata sia la regina di Inghilterra. È probabile, appunto. È invece più che sicuro che dicendo quel nome a partire dagli anni Cinquanta, per molti decenni il volto che la memoria selezionava all'istante è quello di Liz Taylor. Aggiungo che, sempre indugiando sulle due "Liz", persino nel 1952, anno dell'incoronazione dell'eterna regina di Inghilterra, la Taylor era più popolare, lo era esattamente da dieci anni, da quando era stata la padroncina (acquisita) di Lassie. Mito su mito dunque, dal 1942. Elizabeth aveva allora dieci anni. E così raccontare settant'anni di cinema della Taylor è complesso, c'è davvero troppo, è un'agorafobia che crea ansia, non sai da che angolo entrarci. Ma c'è di più, non sono stati solo settant'anni di cinema, ma di vita privata e sociale ancora più ricche e complesse del cinema. Quando una vita è così vasta, quando quel volto, quegli occhi e quel nome, sono stati accompagnati da tutti i media durante gli anni, i mesi, i giorni e le ore, non resta che affidarsi alla selezione automatica della memoria, che isola e libera le sensazioni prime, e alla fine redige il catalogo più vero. Non trovo interessanti gli otto mariti, il doppio matrimonio con Richard Burton, il cosiddetto amore del secolo, e quel genere di vicende. Voglio rilevare invece il sortilegio del fascino, quello che si dichiara all'istante, che fa sparire tutto quello (e quelle) che c'è intorno. L'appeal, l'erotismo di Liz esplodevano, non davano scampo. Non lo davano alla vittima designata, il sedotto, o all'antagonista, magari bellissima, ma inerme di fronte a lei. Un segnale che l'attrice mandava già da adolescente. In Piccole donne, diciassettenne, si confrontava con "piccole dive" come June Allyson, Margareth O'Brien, Janeth Leigh. Sparivano tutte. In L'ultima volta che vidi Parigi, Donna Reed, magnifica attrice sempre protagonista, veniva messa da parte impietosamente, così come la talentuosa bionda Eva Marie Saint nell'Albero della vita. Un riscontro importante, direi decisivo e che non poteva non far testo, veniva da Marilyn, che una volta dichiarò: "Invidio terribilmente Elizabeth, ha successo da un sacco di tempo e ha sei anni meno di me". Liz e Marilyn, immagini affini per certi versi. Hanno in comune un Andy Warhol che le accreditò, coi suoi multipli, dive e donne del mondo. "Quelle due" avevano ricevuto il testimone da donne-divinità come Garbo e Hayworth, e le avevano sorpassate. Nel 1950 la Taylor, diciottenne, fu protagonista di Un posto al sole, tratto dal bestseller di Theodore Dreiser. Era la storia di un giovane che uccide la fidanzata perché innamorato, ricambiato, di Elizabeth. A Monty Clift la bellezza non resistibile di Elizabeth costava la sedia elettrica. Ma poteva starci. La memoria di getto estrae Il Gigante, dove divenne amica dell'irrequieto e ambiguo James Dean, da tutti odiato sul set, e da lei protetto. Un sentimento che l'attrice avrebbe provato per un altro irrequieto/ambiguo, e fragilissimo, Monty Clift. Era nella sua natura generosa e protettiva. Era molto amata da autori importanti. Tennessee Williams, altro grande ambiguo, anzi gay dichiarato, la adorava. La volle per due film tratti da suoi lavori, La gatta sul tetto che scotta e Improvvisamente l'estate scorsa. In quest'ultimo film indossò un costume da bagno trasparente che fece epoca e scandalo. Era il 1959. E poi il corpo di Elizabeth. Era alta circa un metro e sessanta, gambe corte, un sedere che non era... quello di Marilyn, eppure riusciva a imporre il proprio modello fisico. Anche questa è la dote dei fuoriclasse. Per molto tempo la critica non le riconobbe gran talento, era "solo bella". Ma poi arrivarono i riconoscimenti. Ebbe un Oscar tradizionale, diciamo così, quasi dovuto in Venere in visone, dove ripercorre il suo solito registro, bella e intensa. Ma quando nel '66, a trentaquattro anni, ebbe il suo secondo Oscar con Chi ha paura di Virginia Woolf? la Taylor era un'attrice vera. La sua performance era impressionante. Traboccante di energia e verità. Ma anche allora qualcuno disse "bella forza, litiga come una pazza con Burton, lo fanno sempre, che bravura ci vuole?". Nel '97 si è ammalata di tumore, qualcosa di benigno al cervello. Da allora ha rallentato tutto. Ma voglio ricordare un altro premio, un richiamo all'incipit di questo racconto. Nel 1999 la Taylor è stata nominata Dama dell'Order of the British Empire, dalla sua omonima Elisabetta d'Inghilterra.
Elizabeth Taylor è stata sempre incredibilmente veloce. Richiamo con un po' di enfasi l'immagine della candela bruciata dalle due parti ma che, nel suo caso, si scioglieva anche lateralmente. È stato scritto che con lei scompare l'ultima diva di Hollywood. Non è vero, Doris Day ha 89 anni, Maureen O'Hara 91, Joan Fontaine 94 e sua sorella Olivia De Havilland 95. Sì, la Taylor, molto più giovane, sembrerebbe una di loro. Ma Liz, appunto, ha sempre vissuto e bruciato a velocità doppia. Concludo come mi capita ormai spesso scrivendo di questi "amici di famiglia" che vanno via. Certo che ci mancherà.

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