Invictus: come Eastwood racconta Mandela

L'eroe, lo sport, la politica.

 
Quando trattasi di Eastwood la politica deve essere riletta
Quando trattasi di Eastwood la politica deve essere riletta
lunedì 1 marzo 2010 di Pino Farinotti

Quando trattasi di Eastwood la politica deve essere riletta
Sono molti gli aspetti che riguardano Invictus, il primo è diretto su Clint Eastwood ed è in chiave politica: perché il regista, dichiarato repubblicano, ha voluto affrontare un tema che non poteva che risolversi con una sorta di apologia? È una falsa domanda, semplicemente perché quando trattasi di Eastwood, la politica deve essere riletta. Si parla di contenuti, di personaggi e di eroi. Senza altre implicazioni che non siano quelle umane e della legittimità del racconto. Clint ha sempre avuto un debole per gli eroi. Il "biondo" westerner dei film di Leone se vogliamo lo era e, a suo modo lo era Callaghan, il giustiziere dei cattivi, veri non presunti. Dunque Eastwood, uomo di destra. Poi, nelle stagioni recenti ha ribaltato il senso dell'eroe, e anche il modello. Lo ha fatto, citando un solo esempio, ma .. estremo, in Lettere da Iwo Jima, dove l'autore guarda alla guerra del Pacifico "dalla parte" del nemico giapponese. È una dichiarazione di garantismo estrema, appunto, e magnificamente paradossale. E non c'entra niente l'ideologia. Diciamo che Eastwood è un liberale pur non essendo, per definizione, un liberal. Ama le grandi storie e le grandi manifestazioni umane, e sta con gli eroi. Un riferimento importante, storico è un altro autore, John Ford. Citandolo rispetto a Eastwood, fino a non molto tempo fa avrei premesso "fatte le debite proporzioni". Adesso le proporzioni si sono molto avvicinate. Eastwood fa e farà testo, anche lui. Ford era accusato di essere uomo di destra. Anche lui amava gli eroi che facevano giustizia, il suo modello, si sa, è stato John Wayne, eroe-giustiziere individuale, senza tanti ripensamenti garantisti. Ma Ford nel '40 firmò Furore, dal romanzo di Steinbeck. Era la storia più dolorosa e populista di sempre. L'artista stava dalla parte dei deboli, era solidale e commosso, e attaccava le istituzioni americane. Le attaccava perché era legittimo. Così come era stato legittimo celebrare la cavalleria comandata da John Wayne. Quando qualcuno cercava di estorcere qualche opinione "ideologica" a Ford, il regista si arrabbiava.

Fattore
E poi c'è il fattore Mandela. Si tratta di un eroe univoco, in tutti i contesti. Ha avuto ragione da principio e alla fine, ha avuto coraggio e fede, e poi la forza, l'intelligenza e la sofferenza per compiere l'opera. Talmente perfetto da non sembrare vero. Invece è vero. Raccontare di lui è talmente facile da essere impossibile. E così Eastwood ha lavorato in prospettiva, attraverso una parabola esterna, una squadra di rugby che prende sopra di sé tutti i significati di una causa e di un popolo che idealmente rappresenta tutti gli altri popoli dove le razze convivono. Mandela sapeva benissimo che quella squadra avrebbe sorpassato i contrasti e le resistenze fra bianchi e neri. La usò come esempio e come leva e vinse la sua battaglia. Una squadra o una partita hanno spesso trasceso il puro significato sportivo. E non era necessario essere dei tifosi. Nel caso di Invictus bastava essere sudafricani.

4-3
La leggenda di Italia -Germania 4-3 ai mondiali di Messico '70, appartiene a tanta gente che non aveva mai visto un partita in vita sua. Si innescò un sentimento irresistibile e virtuoso, persino patriottico. Noi non dovevamo combattere una battaglia nobile come quella di Mandela, eravamo italiani contro tedeschi, semplice antagonismo sentito. E chi vide quella partita ricorda, per cominciare, dove la vide, ed è sempre un grande segnale di coinvolgimento.

Leggenda
Ma lo sport che si intreccia con la politica ha toccato anche noi, altro dramma, altra leggenda. Il 14 luglio del '48 lo studente Antonio Pallante attentò alla vita di Togliatti. Il politico venne ricoverato in condizioni gravi. Secondo una certa mitologia l'attentato stava per innescare la rivoluzione. Secondo un'altra mitologia Gino Bartali, che correva il giro di Francia, chiamato da Andreotti, ebbe l'ordine di vincere la tappa del giorno dopo: "... e faccia un'impresa, lei è un eroe, l'Italia impazzirà". E Bartali obbedì, vinse facendo l'impresa e l'Italia impazzì. E dimenticò Togliatti. E così non entrammo nel Patto di Varsavia. Lo dice la leggenda, appunto. Ma come per tutte le leggende una piattaforma di verità certamente esisteva.

Regime
I grandi campioni sono sempre stati testimoni politici, soprattutto in un regime. Primo Carnera, triste monumento della forza italiana nell'epoca fascista, primo campione del mondo italiano di pugilato, doveva imparare slogan fascisti da recitare nei cinegiornali. E faticava molto a impararli. Ma nel 1938, in chiave di sport e politica accadeva qualcosa di molto importante. Fu quello l'anno d'oro di Mussolini che, al congresso di Monaco, si era accreditato come il grande mediatore fra le nazioni europee. Portando segnali di pace che, per un momento, sembrarono persino credibili. Era quello l'anno dei Mondiali di calcio in Francia. L'Italia era campione uscente, avendo vinto quattro anni prima, a Roma. In primavera Peppino Meazza, eroe dell'Inter e della Nazionale, ritenuto il più grande calciatore del mondo, venne convocato dal Duce a Palazzo Venezia. Mussolini gli pose le mani sulle spalle e gli disse: "questo è un grande anno per il nostro paese, una vittoria a Parigi avrebbe un'importanza enorme come immagine dell'Italia in tutto il mondo. Non possiamo permetterci di non vincere. Lei, Meazza, deve vincere il mondiale."
E Meazza... lo vinse.

Tragico
In quel caso l'intreccio fra sport e politica fu ben più che drammatico, fu tragico. Mentre le squadre di tutto il mondo preparavano il grande torneo, del tutto disinteressato ai significati nobili ed ecumenici dello sport, c'era chi si apprestava ad altre imprese: Hitler, col pretesto di presunte violenze locali ai danni di militanti nazisti, si preparava ad annettersi l'Austria. Era l'inizio di un altro "conflitto", anche quello mondiale.

In foto:
Morgan Freeman (Morgan Freeman) (75 anni) 1 Giugno 1937, Memphis (Tennessee - USA) - Gemelli
Interpreta Nelson Mandela nel film di Clint Eastwood Invictus - L'Invincibile. Al cinema da venerdì 26 febbraio 2010.
Morgan Freeman
Invictus - L'Invincibile Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico
Invictus - L'Invincibile

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Nelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c'è una squadra, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid.
Fattore
Fattore
In foto:
Morgan Freeman (Morgan Freeman) (75 anni) 1 Giugno 1937, Memphis (Tennessee - USA) - Gemelli
Interpreta Nelson Mandela nel film di Clint Eastwood Invictus - L'Invincibile. Al cinema da venerdì 26 febbraio 2010.
4-3
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