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Rileggendo Ammaniti (Io non ho paura e Come dio comanda), Gabriele Salvatores lavora abilmente sui confini del thriller, sull'impasto tra realismo e mito, sulla sensibilità truffautiana – spielberghiana (la macchina da presa a livello di bambino ieri e di adolescente oggi) e sugli echi della commedia monicelliana (la banda disorganizzata alla "soliti ignoti", quella di Diego Abatantuono in Io non ho paura e quella di Filippo Timi in Come dio comanda). Soprattutto ottiene risultati sorprendenti dall'interazione tra attori professionisti (gli adulti) e quella specie indisciplinata di non attori che sono bambini e adolescenti. Il regista li contrappone come un tempo faceva coi caratteri dei suoi attori "in fuga" per Marrakech o per Turnè: da una parte i corpi ruvidi e ingombranti di Abatantuono, Conti e Orlando, che dissimulavano una loro remota grazia e dall'altra quelli affilati ed esplicitamente nervosi di Cederna, Alberti, Bentivoglio e Rubini, in cui la grazia aveva la forma della scossa continua. Per l'adattamento di "Come dio comanda", Salvatores dispone questa volta di Filippo Timi ed Elio Germano, a cui lascia la libertà di esprimere il proprio potenziale umano, fisico e spirituale, consentendogli di lavorare parzialmente sulla parola e calandoli in personaggi apertamente afasici. Rino Zena e Quattroformaggi sono precari, vagabondi, perdenti, puro istinto. Sono la regressione dell'uomo nella pancia cruda e grandiosa del primordiale: il buco nella terra e il buio nel bosco. L'autore milanese costruisce una nuova favola nera con una sensibilità registica stupefacente che si esplica in movimenti di macchina di euclidea economicità e con la consapevolezza di guardare a creature (gli attori) divorate dal fuoco di una passione e di una memoria affettiva formata da tutti i personaggi a cui quei corpi hanno dato vita. Come dio comanda
Provincia del Nord Italia. Una landa desolata alle pendici di maestose montagne. Case sparse e
costruite lungo una superstrada in mezzo a enormi depositi di legna, centri commerciali e neon.
Qui vivono un padre e un figlio. Rino e Cristiano Zena. Rino è un disoccupato, meglio un lavoratore
precario. Cristiano fa le scuole medie. Il loro è un rapporto d’amore tragico e oscuro. Soli
combattono contro tutto. Rino educa suo figlio come può. Come sa. Cristiano lo ama, lo venera, lo
considera il suo faro, la sua guida spirituale. Un amore sbagliato, ma potentissimo. Hanno un solo
amico. Si chiama Quattro Formaggi. Che non sta tanto bene. Per via di un incidente, la sua testa
non funziona più come prima. Quattro Formaggi vive per Rino, adora Cristiano, e passa le sue
giornate in casa costruendo uno strano presepio, fatto di pupazzi, soldatini, bambole e oggetti che
lui recupera dalle discariche della città….
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