
I'll be your mirror, sarò il tuo
I'll be your mirror, sarò il tuo specchio, cantavano Nico e Velvet Underground. Era il 1967 e il cinema rifletteva un'epoca di contestazioni, sperimentazioni, contaminazioni e sogni. Andy Warhol dava voce alla sua cultura pop, il maggio francese era alle porte, John Lennon si divertiva a canzonare i giornalisti di tutto il mondo con i suoi Bed-in. O ancora, il primo sbarco sulla luna e il cinema – sempre presente – che ne anticipava le sorti (Il primo uomo sulla luna, 1960), ma anche l'Odissea nello spazio di Kubrick che – anni dopo – avrebbe svelato il suo fascino futuristico. Roma, 2006, Festa del cinema. Ultimo giorni di proiezioni e un tentativo, seppur parziale, di trarre le somme di questa prima edizione. Un voto al Festival – 8 e ½ – che è un omaggio a Fellini e a tutti coloro che hanno sostenuto sin dal principio questo straordinario evento. 8 anche a coloro che hanno suddiviso le proiezioni quotidiane raggruppandole – ove possibile – in tematiche affini. 6 agli addetti ai lavori, troppo inesperti e poco elastici nel permettere gli ingressi nelle sale a proiezione iniziata. 2 ai ritardi avvenuti durante tutti film della sezione Alice nella città, preceduti dall'arrivo di rumorose scolaresche e malamente doppiati in simultanea, creando involontari effetti comici sugli spettatori. 0 alla sospensione delle conferenze e degli eventi mondani per l'incidente che ha colpito la metropolitana: il quarto d'ora di contrizione subito dimenticato. A farne le spese Corrado Guzzanti col suo Fascisti su Marte. Non sia mai fosse scappato un sorriso a qualcuno.
Nella Sala Petrassi, invece, si è consumato l'ultimo atto di una serie di incontri che ha visto protagoniste le stelle del cinema mondiale. Dopo la proiezione di Sorelle e del cortometraggio Histoire d'Eaux (episodio di Ten Minutes Older), sono saliti sul palco per un lungo confronto Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci. Due artisti a confronto che hanno toccato i loro esordi degli anni '60, le rispettive amicizie, il rapporto con la provincia e con il cambiamento, in un incontro durato più di un'ora che ha toccato un'ampia rosa di temi, passando per le ultime righe di una poesia scritta da Pier Paolo Pasolini e recitata dal regista di Ultimo tango a Parigi. E se sorridono imbarazzati quando qualcuno li incalza con una domanda sul loro personale rapporto con la psicoanalisi, c'è tempo per la secca risposta di Bertolucci: "se le ore passate sul lettino dello psicanalista corrispondessero ad altrettante ore di volo, adesso sarei pilota di un Jumbo".
Altro giro, altra corsa, dunque. Altri luoghi, stesse reazioni. Di ieri la notizia dell'uscita frettolosa da una sala cinematografica del centro da parte di Gianfranco Fini, prima del dibattito che seguiva la proiezione de Il mercante di pietre di Renzo Martinelli. Film definito anti-islamico e propagandistico, segno d'un cinema che coglie il segno e che – bene o male – lascia discutere, è l'ennesimo esempio di un gravoso problema che contagia pubblico e critica, nella crescente incapacità di scindere cinema e realtà, finzione e verità storica, causando spesso giudizi di valore affrettati e opportunistici. Ma il cinema del 2006 continua a raccontare storie, come è successo nel (pessimo, a nostro avviso) film candidato all'Oscar per la Svizzera. Vitus diventa un'involontaria e disarmante verità sull'incapacità di (r)innovare e di lasciare alle spalle il passato (cinematografico). Poco ritmo, sceneggiatura inesistente, regia poco curata, banale intreccio e parabola ridondante su un enfant prodige che sogna di essere normale. Non è importante cosa si racconta ma come. E lo svizzero - francamente - delude in toto.
Ma nello specchio continuano a riflettersi i lineamenti di tutti i film presentati in rassegna: la Kidman-Alice alla scoperta delle meraviglie di Fur, il prestigio di Christopher Nolan in The prestige – summa filosofica sulla necessità dell'inganno – o nell'opera prima di sorprendente vitalità L'Héritage, possibile chiave di lettura che verte sull'invasività dei media occidentali e sull'accesissima lotta – questa volta ambientata nella Georgia ex-sovietica – fra il mantenimento della tradizione o l'apertura allo sviluppo. A completare la lunga lista dei film - superiori alla media di quelli si incontrano si solito in un Festival - va aggiunto il bel documentario Il bravo gatto prende i topi, sulla povertà cinese al sorgere del secolo o anche The Bridge, discussa pellicola sul ponte dei suicidi. I'll be your mirror, ma attenzione a non romperlo.